Da qualche mese il caro bollette rappresenta una delle maggiori preoccupazioni degli italiani.

Il costo dell’energia è diventato un fardello così pesante da scoraggiare i consumi. Dopo i vertiginosi rincari che hanno spinto il prezzo del gas ai massimi storici, ed il petrolio a sfiorare i 140 dollari al barile, si stanno moltiplicando i segnali di quella che gli analisti chiamano “distruzione della domanda”.

Infatti, a causa dei costanti rincari, aumenta la “povertà energetica” delle famiglie, che non possono permettersi di scaldare o illuminare a sufficienza la propria abitazione. Ma aumentano anche le difficoltà delle imprese che, a malapena in ripresa dalle difficoltà conseguenti la pandemia, sono oggi chiamate a fronteggiare una vera e propria guerra energetica economica.

In Italia, il prezzo netto dell’elettricità per l’industria, a gennaio, è stato il secondo più alto d’Europa: 225 euro per MWh, poco più basso di quello spagnolo a 243 euro per MWh. Alcune aziende (in particolare quelle impegnate nei settori c.d. “energivori”, come acciaio e chimica) sono state addirittura costrette a sospendere la produzione, o a spostare i turni di lavoro negli orari “off-peak”, cioè quelli in cui il costo dell’energia è minore.

Analogo discorso per gli aumenti che gravano sui rifornimenti e che hanno messo in ginocchio il settore dei trasporti con conseguenti pesanti rincari degli stessi beni trasportati, compresi quelli primari e necessari, come pasta, pane, farine, cereali, biscotti, che potrebbero subire nel breve termine una maggiorazione del prezzo tra il 15% e il 30%.

Ma quali sono le ragioni del caro bollette?

L’incremento del costo dell’energia, del gas e del carburante non è altro che il riflesso della situazione geopolitica che attualmente stiamo vivendo, i cui scenari nel medio-lungo termine non si prospettano come rassicuranti.

La scorsa settimana, mentre il Presidente Draghi parlava alle Camere, si è tenuta a Roma una riunione del Comitato di emergenza gas. Si tratta di un organismo che riunisce rappresentanti del Ministero della Transizione Ecologica, delle aziende e delle Autorità di mercato. La situazione è tecnicamente di “pre-allarme”, una designazione del Governo che implica un monitoraggio costante senza però adottare misure al di fuori della normalità.

Nell’ipotesi, del tutto improbabile, che le forniture verso l’Italia si interrompessero di colpo, il Paese avrebbe una completa autosufficienza di sei settimane per il gas e di 90 giorni per il petrolio.

Il quadro tuttavia non è dei migliori: in caso di scarsità di gas non sarebbe  possibile riattivare le centrali a carbone – nonostante Draghi  ne abbia parlato  alle  Camere – perché  l’Italia lo importa per il 70% dalla Russia. Potremmo importare il gas naturale liquefatto, aumentare l’importazione dall’Algeria, ma il 40% delle forniture sono russe ed è velleitario pensare che, in caso di tagli, possano essere sostituite nel giro di qualche mese.

Proprio per tali ragioni, il Ministro Cingolani ha dato parere favorevole all’adesione del nostro Paese alla proposta di rilascio coordinato di una quota delle scorte petrolifere, che è stata promossa dall’IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, con un contributo di 2,041 milioni di barili. Lo scopo è chiaramente diminuire questo pericoloso picco di prezzi.

Proprio alla luce di tali considerazioni, è interessante osservare come, per l’Europa, il settore dell’energia sembri essere escluso dalla tornata di sanzioni alla Russia, decisa dai Paesi occidentali: ciò non basta tuttavia per metterlo al riparo dalle fiammate dei prezzi.

Si teme, infatti, che l’attacco a Kiev possa mettere in pericolo le forniture fisiche di gas e petrolio in arrivo da Mosca. E questo perché l’Unione Europea dipende ancora per il 40% circa dei rifornimenti dal gas russo, un quarto del quale passa proprio dall’Ucraina.

Senza dimenticare che Mosca è, inoltre, il principale fornitore di petrolio dell’Europa.

Tuttavia, non è possibile imputare totalmente gli aumenti energetici alla guerra. Altri fattori, non secondari, vanno necessariamente considerati.

Uno di questi è il costo dell’accisa e dell’IVA.

Secondo l’ultima rilevazione del MISE, datata 7 marzo 2022, che si riferisce alla media settimanale dei prezzi dal 28 febbraio al 6 marzo, i prezzi nazionali (€/1.000 litri) della benzina, del gasolio e del gpl per l’autotrazione in modalità self-service sono i seguenti:

– Benzina: 1.953,14 euro di cui 728,40 (accisa), 352,21 (Iva) e 872,53 (netto);

– Gasolio auto: 1.829,33 euro di cui 617,40 (accisa), 329,88 (Iva) e 882,05 (netto);

– Gpl: 853,55 euro di cui 147,27 (accisa), 153,92 (Iva) e 552,36 (netto).

Ne consegue che l’accisa pesa quasi il 40% sul costo finale di benzina e diesel: aggiungendo anche l’Iva al 22% (calcolata su netto + accisa), il carico sale addirittura al 55% circa. 

Con questi numeri, il nostro Paese è rispettivamente all’ottavo (per la benzina) e settimo posto (per i diesel) nella classifica delle nazioni dove il pieno risulta più caro.

C’è poi un ulteriore fattore.

L’Italia ha scarsissime risorse energetiche. A ciò si aggiunga che, per il prevalere delle politiche green, non produce elettricità da energia nucleare (con il quale, invece, ad esempio la Francia riesce a produrre quasi i due terzi del proprio fabbisogno elettrico, avendo perciò su questo fronte una maggior sicurezza rispetto all’Italia).

In Europa non si sono mai portate avanti serie politiche di transizione ecologica il che ha reso e rende i Paesi europei dei veri e propri “schiavi energetici”.

Per la risoluzione della questione energetica è indubbiamente necessario un intervento congiunto dell’Unione Europea.

Questa fase deve però rappresentare, per il nostro Paese, l’occasione di riflettere su quanto sia fondamentale, in politica, saper ponderare e saper valutare l’impatto di una decisione nel medio-lungo termine.

Alcune posizioni, seppur etiche sotto molteplici profili, talvolta, possono rivelarsi pericolose, specie in un contesto storico dove l’approvvigionamento energetico rappresenta la nuova corsa all’oro e dove i disastri economici e sociali pesano non meno di quelli ambientali e sanitari.