«La sicurezza non è solo un dovere delle strutture sanitarie ma è prima di tutto un diritto fondamentale dei pazienti». E’ questo il senso dell’intervento del Segretario Federale UCI, Avv. Massimiliano Albanese, al convegno tenutosi il 25 settembre scorso a Villa Quaranta, nelle campagne veronesi, promosso dalla Fondazione Scuola Nazionale Servizi in collaborazione con la soc. di consulenza F.M. Specialist.
L’Unione Consumatori Italiani ha patrocinato l’evento, il cui titolo “La prova che non c’è” è riferito alla celebre sentenza n. 6386 del 3 marzo 2023, nota come “sentenza Travaglino”, con cui la III Sezione civile della Cassazione ha stabilito che, per difendersi in giudizio dalle richieste risarcitorie dei pazienti che subiscono ICA, cioè infezioni correlate all’assistenza sanitaria, le strutture devono dimostrare non soltanto di aver adottato protocolli di sicurezza ma, soprattutto, come in concreto tali protocolli sono stati attuati nel caso specifico.
La questione è di grande importanza non solo in ottica difensiva, perché dovrebbe stimolare l’adozione di buone pratiche che abbiano un’effettiva incidenza sulla prevenzione. Ma, a distanza ormai di oltre tre anni da quella sentenza, una prova di effettiva diligenza delle strutture, in ambito di prevenzione, nella maggior parte dei casi non esiste ancora. E ciò rappresenta un serio problema.
«In Italia», ha infatti sottolineato l’Avv. Albanese, «quella delle ICA rischia di diventare l’ennesima potenziale emergenza che nessuno vede arrivare ma che, purtroppo, può avere drammatiche conseguenze anche sul piano sociale, ancor prima che economico».
Si stima che i casi di ICA siano circa 700.000 ogni anno, con un prolungamento medio della degenza ospedaliera di 7 giorni per ciascun paziente ed esiti fatali per circa 11.000 persone. Ciascuna infezione determina un costo medio di 10.000 euro per cure e di 50.000 euro per risarcimenti, determinando un vertiginoso aumento delle spese a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
Le cause sono molteplici e certamente incide anche il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, causato dal diffondersi di cure antibiotiche preventive spesso non necessarie. Ma ad incidere in modo determinante è soprattutto la presenza di agenti patogeni nelle strutture sanitarie, in cui le condizioni ambientali sono spesso di igiene solo apparente.
Per questo, come stabilito nella sentenza della Cassazione, non basta avere protocolli di sicurezza: bisogna poter dimostrare che sono stati effettivamente applicati in modo adeguato. «Quando parliamo di Infezioni Correlate all’Assistenza», ha dichiarato l’Avv. Albanese «non stiamo parlando soltanto di una questione sanitaria. Stiamo parlando della sicurezza delle persone. Di persone che entrano in una struttura sanitaria perché hanno bisogno di cure, che hanno il diritto di trovare un ambiente nel quale ogni possibile rischio venga realmente prevenuto, con procedure e controlli seri e ben documentati».
La recente introduzione della nuova prassi di riferimento UNI/PdR 188:2026 può costituire un punto di partenza per garantire maggiore sicurezza, in quanto prevede criteri operativi e metodologie condivise per rendere più efficaci i controlli di qualità nella gestione dei servizi accessori all’assistenza, rendendoli oggettivi ed orientati ai risultati concreti.
Tuttavia, «l’applicazione di una prassi di riferimento resta comunque volontaria, nel senso che ciascuna struttura può scegliere se uniformarsi o meno», sottolinea l’Avv. Albanese, «mentre un provvedimento legislativo nazionale in tal senso darebbe maggiore uniformità alle regole, garantendo un livello di sicurezza adeguato in tutte le regioni».
Il convengo “La prova che non c’è” ha rappresentato un’importante occasione per far sentire la voce dei consumatori, utenti dei servizi assistenziali, in un contesto nel quale si sono confrontati rappresentanti delle istituzioni, professionisti, esperti del mondo sanitario e operatori del facility management.
Tra gli intervenuti, la deputata On. Alessia Ambrosi ed il consigliere regionale del Veneto Dott. Matteo Pressi, nonché l’ex parlamentare On. Dott. Maria Teresa Baldini, che ha rappresentato la voce dei chirurghi ospedalieri. Pervenuto anche un messaggio ai partecipanti dall’ex ministro ed attuale senatore On. Prof. Antonio Guidi, medico e docente universitario che ha fornito un punto di vista qualificato sull’argomento: «se a distanza di tre anni dalla sentenza Travaglino quella prova ancora troppo spesso manca», ha affermato il Sen. Guidi, «abbiamo un problema non soltanto organizzativo o giudiziario ma politico. Perché tra una regola scritta e una regola applicata c’è di mezzo la sicurezza delle persone», per cui va costruita una sanità «nella quale la sicurezza non sia affidata alla buona volontà del singolo e il controllo non arrivi soltanto quando qualcosa è già andato storto».
Dopo i saluti del Dott. Claudio Campion, presidente della F.M. Specialist, lo scenario nel quale si trova oggi la sanità italiana, rispetto al tema della prevenzione delle ICA, è stato efficacemente descritto dal Dott. Vittorio Serafini, Presidente della Fondazione Scuola Nazionale Servizi. Il tema dell’impatto dei casi di ICA sull’organizzazione del Sistema Sanitario è stato poi affrontato dal Dott. Francesco Venneri, risk manager sanitario della Regione Toscana. A chiudere il primo panel l’Avv. Massimiliano Albanese, che ha sottolineato l’importanza di diffondere anche una cultura della prevenzione tra i cittadini: «se certi comportamenti errati, come ad esempio l’accalcarsi di familiari visitatori intorno al letto di un degente ospedaliero, possono concorrere a diffondere agenti patogeni causa di ICA, è indispensabile che quegli stessi familiari ne siano resi preventivamente consapevoli».
Un secondo panel ha visto confrontarsi tecnici del settore, soprattutto sul tema della corretta disinfezione e sull’applicazione della nuova prassi di riferimento del settore.
A moderare l’incontro il Dott. Andrea Lucotti di GSA News.